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Relazione

Susa è una città che è stata esposta ad ogni genere di commistione linguistica e culturale, fin dalle sue più remote origini liguri e celtiche; poi romanizzata con la conservazione di una forte impronta dei sostrati celtoliguri e con una quasi altrettanto forte impronta dei superstrati germanici (gotico, longobardo, frantone).
Si è trovata costantemente in una posizione non soltanto di piccola capitale interalpina, con legami economici, politici e culturali al di qua e al di là dello spartiacque alpino, ma soprattutto, per quanto attiene agli aspetti linguistici, di piccolo "focolare" di irradiazione di modelli linguistici. Due peculiarità, apparentemente contraddittorie, l'hanno caratterizzata attraverso i due/tremila anni di storia: da un lato, la capacità di plasmare una propria specificità culturale e linguistica (e di darne una certa diffusione territoriale grazie al ruolo di centro commerciale ed amministrativo); dall'altro lato, l'estrema permeabilità alle innovazioni, ai mutamenti linguistici, alla coesistenza di codici linguistici diversi.
In grazia di queste sue caratteristiche e dei suoi rapporti privilegiati con la romanità celtica di area transalpina, le caratteristiche linguistiche del latino appreso abbastanza precocemente, tra il primo ed il quarto secolo d.C., sono all'incirca quelle delle grandi scuole della Gallia Narbonense e della Gallia Lugdonense.
Per questa ragione, nella Valle di Susa come nelle vallate del Piemonte occidentale, si dovrà parlare, in riferimento con la formazione dei successivi volgari neolatini, di parlate "galloromanze", in contrapposizione con le parlate della pianura pedemontana che, pur partendo da condizioni di sostrato abbastanza analoghe, si orientano però su modelli scolastici, culturali, economici e politici sostanzialmente "italiani".
Per le sue vicissitudini storiche, la Valle di Susa è interessata da entrambe le famiglie linguistiche neolatine che si formano nella Gallia sud-orientale: l'Alta Valle sviluppa così, da Chiomonte fino a Cesana e a Bardonecchia, una serie di parlate di tipo occitanico che si ritrovano, senza soluzione di continuità, sul versante brianzonese delle Alpi; la bassa Valle e la Val Cenischia per parte loro sviluppano dei patois di tipo francoprovenzale in larga misura simili, nei principali esiti e fenomeni linguistici, a quelli delle vallate morianesi.
A quest'ultimo tipo linguistico fa capo la parlata locale di Susa.
Grazie al ruolo di Susa di mercato principale di vasta area, di capoluogo amministrativo e religioso, di centro commerciale e scolastico di una certa importanza, il suo dialetto francoprovenzale diviene così quello che evolve maggiormente e, allo stesso tempo, quello che maggiormente influenza le parlate non soltanto dei paesi circostanti ma anche delle vicine valli di Viù, del Sangone e dell'Arc.
Ma se dal punto di vista della comunicazione quotidiana e popolare la collocazione di Susa è, come si è visto, nella vasta era francoprovenzale, non si può dimenticare che il suo più volte accogliere, per la comunicazione "ufficiale" e per l'amministrazione, altre lingue.
Nei primi secoli dell'era volgare, non c'è problema: la lingua dell'amministrazione, che è poi la lingua della scrittura, resta il latino. Ma a partire dai secoli successivi all'anno Mille, le cose si complicano: il latino continua, naturalmente ad essere la lingua più usata per diversi secoli, ma sempre di più trovano atti, delibere, lettere più o meno ufficiali, protocolli vergati nelle "nuove" lingue romanze.
Tra queste, in primissima istanza e per lunghi periodi ( intervallati poi, a seconda delle alterne vicende politiche, con l'italiano) figura il francese.
Basta infatti consultare il "Libro degli Ordinati" (che è come dire i verbali delle deliberazioni comunali) della Città di Susa, o anche, più semplicemente, il fondo dei libri in lingua francese della Biblioteca civica (senza contare i costanti riferimenti ad Embrun o a Sain Jean de Maurienne per quanto attiene alla formazione del clero, o alle strutture monastiche dei benedettini, dei cappuccini e dei francescani di Susa), per vedere come la lingua francese sia stata costante nella vita amministrativa e culturale della Città.
Ma anche popolare, se è vera l'attestazione di un testimone scrupoloso e attendibile come Goffredo Casalis, il quale scrive nel 1850 (nel vol. XX del Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati di S.M. il Re di Sardegna), parlando delle lingue parlate dai segusini; "il dialetto piemontese di cui fanno uso, non differisce da quello che parlasi nella capitale; ma duecento anni fa usavano un dialetto particolare: le lingue francese ed italiana sono da essi egualmente conosciute".
Una bella testimonianza del plurilinguismo segusini, e soprattutto una testimonianza minimalista, perché nel dichiarare abbandonato il "dialetto particolare" (cioè la lingua locale francoprovenzale), il Casalis trascura due cose: la prima, che anche nel centro cittadino la lingua locale francoprovenzale non è stata soppiantata dal piemontese "duecento anni fa", ma molto più tardi, non più di ottant'anni prima della sua testimonianza, all'incirca a partire dall'istituzione della sede vescovile; la seconda, assai più importante, che in realtà né nel 1850, al momento in cui egli scriveva, né assai più tardi e addirittura ai giorni nostri il patois locale di Susa non aveva né ha mai cessato di esistere e di essere parlato, perché le frazioni di San Giuliano, Coldimosso, e Traduerivi hanno continuato e continuano tuttora, nelle loro più genuine (e sempre più ristrette alle classi di età più anziane) espressioni, ad utilizzare la lingua locale.
Lo prova la grande inchiesta diretta dal dott. Guglielmo Negri, allora segretario generale dell'Ufficio Studi della Camera dei Deputati, che fu effettuata nella prima metà degli anni '70 per conto della Presidenza della Camera dei Deputati, nella quale si legge, tra l'altro, che "la città di Susa è attualmente non alloglotta; sono alloglotte invece le sue frazioni Coldimosso, San Giuliano, Traduerivi, la cui parlata è di tipo francoprovenzale" e che " il dialetto francoprovenzale è ancora vivo nelle frazioni". In tempi ancora più recenti, sul finire del secolo appena trascorso, un'altra inchiesta è stata effettuata, per conto dell'Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale del Dipartimento di Scienze del Linguaggio dell'Università di Torino, a San Giuliano di Susa; nel corso di questa inchiesta è stata raccolta una cospicua quantità di materiale dialettale, tutto da attribuirsi senza esitazione al tipo linguistico francoprovenzale.
Ciò che si può tuttavia osservare è che, venuta a mancare l'attività propulsiva del centro cittadino, le parlate delle tre frazioni sono andate sempre più appoggiandosi, nelle loro caratteristiche più precipue, alle parlate dei paesi contermini: mentre infatti San Giuliano tende a considerarsi, anche nella coscienza dei suoi parlanti, come una sorta di appendice linguistica di Urbano ( ma non dimentichiamo quanto si è detto più sopra a proposito del ruolo che questo patois ricopre, a detta di un linguista insigne come Benvenuto Terracini, di specimen odierno dell'antica parlata di Susa stessa), la parlata di Traduerivi pare riflettere molti tratti di quella di Meana e quella di Coldimosso è considerata dagli stessi parlanti del tutto uguale, salvo una minore grossolanità, al dialetto attuale di Mattie.
Né va dimenticato, nel novero delle parlate che in qualche misura devono rappresentare l'antica parlata cittadina di Susa, quella della frazione giaglionese di Santo Stefano (dialettalmente Staquiéven): una varietà che dai giaglionesi stessi è considerata, sia per la sua maggiore permeabilità al piemontese sia per alcune sue differenze fonetiche rispetto a quelle delle altre frazioni, la "meno giaglionese" e la più "segusini".
Pare dunque, alla luce di questo esposto, poter affermare che la Città di Susa può legittimamente attribuirsi, dal punto di vista linguistico:

  • Un largo e ricco plurilinguismo e, in particolare, una appartenenza storica, popolare e tuttora vivente alla famiglia linguistica francoprovenzale;
  • Dal punto di vista storico - ma con largo appoggio anche sulla realtà economica attuale che vede un ricco commercio con le regioni francesi confinanti- e dal punto di vista antropico - come dimostra una larga percentuale di antroponimi presenti nell'anagrafe cittadina - una appartenenza, a livello di codice della comunicazione colta ed ufficiale, alla famiglia linguistica francese.
  • A conferma della vitalità e come saggio delle caratteristiche sia della lingua locale di Susa sia del suo caratteristico plurilingiismo, forniamo qui un testo (la ricetta della "bagna caoda") nella versione fornita da una fonte di San Giuliano e nelle sue traduzioni italiana, piemontese, patois e francese.






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